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Homo Faber - Mostra collettiva di pittura ad aerografo PDF Stampa E-mail
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Homo Faber - Mostra collettiva di pittura ad aerografo
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GALLERIA FOTOGRAFICA


La terza sala principale è occupata da: Silvia Belviso e Giampiero Abate


belviso2.jpgSilvia Belviso - “Introspezione”, acrilico su tela, 70x100 cm

“Nella vita dell’artista esiste un momento in cui la consapevolezza di ciò che si diventerà si palesa alla coscienza, un istante magico in cui la vista, anche banale, di un paesaggio o un oggetto quotidiano diventa una suggestione estatica talmente forte da prescindere tutto il resto dell’esistenza. È la prima volta che si fa esperienza con la propria ispirazione e si trasforma quell’emozione in qualcosa di cui si ha esigenza di comunicare. Belviso racconta questo suo momento rappresentando il ricordo di quando era fanciulla: guardare fuori dalla finestra equivaleva a caricare la propria anima di immagini, a volte reali, a volte forse solo suggerite dalla realtà, che avrebbero poi alimentato il personale lavoro artistico. Significativamente, all’osservatore la realtà dietro la finestra appare come un’insieme di macchie senza forma perché solo agli occhi della bambina rappresentata quella realtà, parzialmente immaginata, è già un mondo definito e riproducibile attraverso l’arte.”

belviso1.jpg “Sto creando”, acrilico su tela, 70x100 cm

“Dalla solitudine nel momento dell’ispirazione estetica alla solitudine nel lavoro artistico: in questo secondo dipinto Belviso indaga l’estraneità dal mondo provata dall’artista nell’atto creativo. È importante osservare come nei due dipinti si percepisca un’atmosfera di assoluta tranquillità: per Belviso il tempo dell’arte non solo è immobile, ma è un rifugio per l’anima che porta alla contemplazione e alla vera felicità. Questa sorta di riscoperta arcadica dell’appagamento artistico porta a una tale compiacenza di sé da inserire l’elemento canzonatorio del bambino che incuriosito, e per nulla notato dal protagonista, scruta l’artista da lontano.”

Profilo dell'autore

Perfezionata nella Bottega d’Arte “L’ippogrifo” di Bari, sua città natale, Silvia Belviso costruisce la sua poetica artistica attraverso una resa altamente materica delle forme. In pittura, il suo stile si distingue per una stesura carica di tonalità forti, composte per campiture nette che lasciano poco spazio alle sfumature. L’artista trae ispirazione da oggetti quotidiani o paesaggi non particolarmente caratterizzati: ciò che rende unici tali soggetti è la personalissima sensazione che questi suscitano nell’immaginario di Belviso. La trasformazione da un luogo qualunque a un territorio nato dalla fantasia creativa dell’artista, passa attraverso l’interpretazione di colori e forme che in questo modo non vengono presentati nella loro qualità formale visibile. Ricercando le forme pure degli elementi che costituiscono la realtà, Belviso torna a una semplificazione dei profili che ricorda le sperimentazioni precubiste di Cézanne. La stesura a macchia del colore e la scelta di tonalità chiaramente lontane dal mondo reale sono le caratteristiche che rendono visibili l’interpretazione del reale dell’artista.

Per quanto riguarda la produzione scultorea, Silvia Belviso predilige la figura umana, studiata innanzitutto attraverso le qualità plastiche della terracotta. I personaggi rappresentati dall’artista godono di una pesantezza volumetrica che li rende concreti, levigati da una linea morbidissima che esalta la natura delle emozioni di cui sono protagonisti. Nelle figure sottili di Belviso si percepisce la sottesa volontà di rappresentare un movimento lento e ponderato, la gestualità realissima di un essere umano colto nel provare sensazioni semplici e profondissime. Il colore grezzo della terracotta contribuisce a dare l’impressione di naturalezza: la ricerca estetica di Belviso non passa, quindi, attraverso dei canoni formali a priori ma tramite l’armonia di forme catturate nella loro essenza quotidiana.


abate3.jpgGiampiero Abate - “Giacomo e il mondo delle idee” , trittico a tecnica mista, 100x80 cm

Che cosa immagina un bambino quando disegna, magari per gioco, solo davanti a un foglio bianco? È ciò che si è chiesto l’autore di questo trittico guardando suo figlio: l’ispirazione nell’età della fanciullezza proviene da una realtà distante che immancabilmente viene dimenticata con il tempo diventando quasi imperscrutabile. Il dipinto centrale dell’opera ritrae Giacomo, il giovanissimo co-autore delle tele laterali: senza il suo aiuto, sarebbe stato impossibile per il padre guardare, anche se ormai da lontano, il mondo delle idee che affascinano la mente di un fanciullo.

abate1.jpg “Idea Forma Alterità”, tecnica mista su tavola, 70x100 cm

Ciò che viene rappresentato in “idea Forma Alterità” è un viaggio ideale dell’ispirazione che si materializza, una progressiva oggettivazione di un’idea. Nell’atto artistico, la materialità del mondo è semplicemente contingenza: la vera protagonista è la forma, ancora una volta rappresentata da Abate con il corpo umano. Dall’attimo in cui l’ispirazione si oggettiva, la forma diventa un alter ego dialogante con l’autore, un medium portatore di significati di cui nemmeno l’artista è pienamente conscio.
La materia, dunque, si carica di una forza propria che va ben oltre l’intenzionalità dell’autore perché, appunto, espressione pura di un’intuizione. Degno di particolare attenzione è l’uso del cemento come elemento materico complementare della tavolozza: l’intendimento dell’autore non è da ricercare nel classico atto maieutico dell’artista nei confronti della materia grezza, piuttosto da recepire come una sorta di volontà d’identificazione con ogni singolo elemento che verrà trasformato nell’opera.
“Io”, tecnica mista su tela, 80x100 cm (Tav. 3 ig. I )
L’ultimo dipinto di Abate in esposizione costituisce un atto programmatico: ciò che l’artista vuole esponendo la propria opera è mettere a disposizione la sua anima, renderla visibile, quindi anche vulnerabile, allo spettatore. L’atto intellettuale alla base di ogni creazione è la traduzione di un sentimento in immagine, la stessa che successivamente verrà nuovamente tradotta e interpretata da chi guarda. L’opera d’arte, dunque, ha due soggetti creativi: da un lato l’artista che fisicamente l’ha prodotta, da un altro l’osservatore che la fa rivivere caricandola di significati che solo egli avrebbe potuto attribuire. Grazie a questo gioco di rimandi emozionali, qualunque prodotto artistico resiste al tempo e contribuisce a formare la coscienza culturale collettiva e perenne


Profilo dell'autore

Giampiero Abate è un ottimo esempio del paradigma impressionista per cui la Natura deve essere la principale maestra per chi si dedica all’arte del dipingere. Nato a Roma e completamente autodidatta, Abate è particolarmente attratto dalla cultura figurativa più tradizionale attraverso la quale studia innanzitutto l’anatomia della figura umana. La resa quanto più oggettiva delle volumetrie è indubbiamente la prima caratteristica che impressiona lo spettatore davanti alle sue opere: l’apparente iperrealismo dei suoi personaggi, però, costituisce il supporto neutro di un’analisi ben più profonda volta a rappresentare l’emozionalità che ha ispirato ogni suo soggetto. In base a questa chiave di lettura, diventa fondamentale l’osservazione dei particolari che soggettivano i corpi “raccontati” da Abate: è attraverso questi che l’artista rivela le fonti essenziali della propria ispirazione indagando al contempo le sensazioni primarie alla base dell’istintività umana.
Da un punto di vista puramente tecnico, l’opera di Abate può essere definita come un’equilibrata sintesi tra la più tradizionale stesura pittorica e una sperimentazione in divenire che non rifiuta anche interventi polimaterici. L’aerografo è utilizzato come complemento essenziale per la resa dei contrasti chiaroscurali, una sorta di velo che definisce più profondamente lo strato pittorico costruito con pennellate larghe che definiscono la materialità dei corpi rappresentati. Anche lo studio delle luci è rivolto alla composizione delle volumetrie: generalmente un fascio luminoso radente si concentra sul corpo dei personaggi esaltandone le differenze di rilievo, mentre lo scenario intorno è lasciato in penombra, spesso nemmeno pienamente definito. Questo palese contrasto, ribadito anche nella scelta della tavolozza utilizzata che riserva le tonalità più fredde e scure all’ambiente circostante, convoglia l’attenzione di chi osserva verso il soggetto rappresentato, ponendo in positio princeps proprio quei dettagli che lo rendono inimitabile



 
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