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GALLERIA FOTOGRAFICA
La seconda sala principale è dedicata a due artisti: Serena Sorrenti e Emanuele Tubertosi
Serena Sorrenti - Metamorfosi creative
In sequenza: Solitudine, Ispirazione, Emotività, Magnetismo, Contemplazione
Tecnica mista su tela, 80x100 cm
“La presenza di Serena Sorrenti in questa mostra riguarda un ciclo di cinque dipinti che ha per soggetto il percorso creativo dell’artista, dalla meditazione alla sublimazione di sé nell’opera finita. Per Sorrenti l’intuizione artistica avviene innanzitutto attraverso la natura: è grazie alla contemplazione di questa, così perfetta nella sua finitezza, che l’uomo trova una dimensione altra, riflesso di un’infinità immanente intensivamente racchiusa in ogni cosa.
È quindi la materia stessa che suggerisce come farsi plasmare e in questo senso l’artista non è altro che un’interprete sensibile di una volontà inerte ma imprescindibile. Man mano che l’uomo interpreta e plasma la Natura in modo da trasformarla in Arte, ecco che la differenza tra la sua fisicità e la materia che lavora perde di senso: nell’atto creativo l’artista vive in funzione dell’opera che sta componendo e questa costituisce tutta la sua realtà. La simbiosi tra autore e creazione, però, non è destinata a rimanere in equilibrio: più l’opera si avvicina a quella perfezione anelata, più il suo artefice si annulla in essa. Negli ultimi dipinti della serie, infatti, l’artista, che inizialmente era il motore di una realtà immaginata e futura, si trova a perdere sostanza perché l’oggettivazione della sua sensibilità, ossia il prodotto artistico, è più reale e importante della sua stessa esistenza.
Nell’ultimo dipinto, l’opera d’arte assume un ruolo che è totalmente indipendente dal suo creatore, come se, per il fatto di essere il medium di un significato talmente nobile da essere comune a chiunque, acquisisse un a priori rispetto alle mani che con duro lavoro l’hanno realizzata. La tecnica con cui la serie è stata realizzata parte da una base lavorata con aerografo che costituisce una sorta di preparazione pittorica. Sopra questa prima stesura, gli strati pittorici sovrastanti sono stati lavorati con tecnica materica che unisce paste e stucchi colorati con vari materiali incollati. In questo modo la superficie dei dipinti assume l’aspetto di un prezioso bassorilievo, risultato di una ricerca non immemore delle avanguardie di primo Novecento”
Profilo dell'autore
“Per la personale formazione e per una precisa volontà di ricerca, Serena Sorrenti è un’artista poliedrica, principalmente attratta dalla tradizionale pittura a olio a cui aggiunge sperimentazioni digitali con tavoletta grafica e l’uso dell’aerografo. La sua ispirazione è profondamente intimista: la fascinazione per un qualsiasi elemento esterno, che può essere indifferentemente tangibile come un qualsiasi prodotto della natura oppure frutto di un ricordo letterario o cinematografico, viene rielaborato dall’artista attraverso il filtro di una sensibilità onirica.
In questo senso, ogni opera di Sorrenti è il risultato finale di un complesso processo mentale che traduce in forme assolutamente figurative l’immaginifico linguaggio del sogno. Nei suoi lavori, dunque, si ravvisa una traslazione tra piano del reale e dimensione fantastica: se formalmente si potrebbe parlare di uno stile assolutamente realistico, dal punto di vista delle tematiche affrontate il codice utilizzato da Sorrenti catapulta l’osservatore in una dimensione irreale.
Caratteristica propria dell’artista è l’uso di una volumetria figurativa costruita per piani larghi e linee estremamente morbide. Il contrasto chiaroscurale investe principalmente l’ambiente in cui fa recitare i suoi attori in maschera: la figura umana è avvolta, oltre che dalla luce riflessa del luogo dove si trova, da una sorgente immaginaria largamente diffusa che investe praticamente tutto il piano frontale dei suoi dipinti. Come per la luce, anche la costruzione dei piani prospettici da adito a un progressivo abbandono delle linee nette per cui, se i personaggi più vicini all’osservatore sono definiti da contorni puliti, quasi incisi, man mano che si sposta l’occhio verso il fondale ogni elemento del paesaggio intorno diventa meno nitido. Il suggestivo rapimento che tale studio della composizione può suscitare è semplicemente il riflesso del primitivo guizzo ispirativo all’origine dell’opera stessa.”
Emanuele Tubertosi - “Simmetrie imperfette”, acrilico su tela, 80x100 cm
"Se per trovare l’ispirazione l’artista ha necessità di abbassare la soglia di azione del proprio Super-Io scavando nella propria coscienza, per tradurre in forme e colori questa sensibilità deve imbrigliare il lusso dell’emotività in un contenitore formale composto di equilibrio e tecnica.
Ecco che allora la creazione artistica diventa il frutto di un bilanciamento tra rigore delle forme e pulsione dei sensi, ma in questa tensione è la razionalità formale che si adegua all’intuizione artistica. Emozionalità e tecnica, dunque, sono le simmetrie imperfette protagoniste del dipinto: di pari dignità costituiscono le basi imprescindibili delle creazioni di Tubertosi, come due giganti che si guardano contemplando le rispettive differenze."
“Libido, ciclo perpetuo”, tecnica mista su tela, 70x100 cm
Il notissimo psicologo e filosofo Jung asseriva che più ci si avvicina alla coscienza di sé inibendo il proprio Super-Io, più si rischia di cadere nella follia. Molto spesso il genio artistico, applicato a qualsiasi campo, è sintomo di una nevrosi, seppur lieve, che permette di liberare gli impulsi più profondi della propria coscienza. Per Tubertosi l’ispirazione è esattamente seguire questa nevrosi elitaria: l’atto creativo si genera attingendo direttamente dalla coscienza dell’artista, da uno stato pre-cosciente dell’immaginazione che autoalimenta se stessa. Dalle prime teorie psicoanalitiche Tubertosi riprende anche la motivazione della libido come impulso primordiale che muove le azioni umane. Ciò che anima l’artista, però, è una libido intesa come piacere-bisogno di esprimere la propria emozionalità, lasciando un segno indelebile del proprio genio. La igura rappresentata è autoreferenziale: autoalimenta se stessa creando un microsistema in cui la sua esistenza è solo parallela, ma totalmente svincolata, dalla realtà esterna.
Profilo dell'autore
Lirica-allegorica è forse la definizione che più si avvicina alla poetica formale di Emanuele Tubertosi, eppure la molteplicità delle chiavi di lettura e delle fonti d’ispirazione sottese in ogni lavoro di questo virtuosissimo artista sfuggono a un’interpretazione univoca del suo linguaggio. In base a una prima analisi si potrebbe correttamente asserire che la cultura artistica da cui Tubertosi trae spunto è visibilmente quella appartenente alla Metafisica. Soprattutto per quanto riguarda le scenografie, la costruzione prospettica, a volte vertiginosamente scorciata, in altri casi allungata in modo spropositato, richiama alla mente le malinconiche piazze di de Chirico o gli inquietanti palcoscenici per mobili del grande Maestro. Ma è necessario guardare al di là di tale suggestione: le ambientazioni di Tubertosi oltrepassano il senso della melanconia per farsi più asettiche, esplorando un sentimento chiaramente ancora lontano dall’esistenzialismo di primo Novecento e molto più vicino alla sensibilità dell’animo contemporaneo, ossia l’incomunicabilità. Così anche i personaggi rappresentati potrebbero certamente essere figli di una tela di Dalì, Ernst o Tanguy, ma sono pregni di un accento tragico che più li avvicina alla crudele estetica di Dave Mc Kean.
Il sapiente richiamo all’esperienza metafisica e simbolista è caricato di una raffinatissima rappresentazione della personale sensibilità, non diversamente interpretabile se non attraverso un’empatica e intuitiva corrispondenza di sensazioni. Tutto questo capiente bagaglio culturale ed emotivo si traduce in uno stile disegnativo che fa dell’eleganza formale quasi un manifesto programmatico. La coscienza dell’artista, messa a nudo attraverso l’allegoria del simbolo, si scherma attraverso una purezza espressiva che inizialmente attrae più di ogni altra cosa e rischia di stordire l’osservatore meno attento. Si tratta, però, di una dissimulazione voluta: la piacevolezza visiva iniziale sembra invitare alla lettura metaforica soltanto chi osserva con l’anima e possiede occhi per interpretare
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